Màt 2012

Modena 19 – 26 ottobre 2012

                                                  Il programma di mat 2012

“La follia è una condizione umana” (Franco Basaglia)

“Mantenetevi folli e comportatevi come persone normali” (Paulo Coelho)

“I pazzi aprono le vie che poi percorrono i savi (Carlo Dossi)

“La pazzia è una forma di normalità” (Luigi Pirandello)

Noterelle a margine

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26 ottobre.  Partecipazione e protagonismo di utenti e familiari alle politiche di salute mentale (La Tenda, Modena). L’ultimo grande appuntamento della Settimana della Salute Mentale ne segna, decisamente, il punto emotivamente più alto e, nello stesso tempo, la scommessa più significativa. Se le lezioni magistrali e gli altri appuntamenti della settimana hanno messo in luce pratiche di buona salute mentale e risultati di ricerche preziosi per inquadrare e conoscere la malattia mentale, l’esperienza dell’esplosione della soggettività dell’”utente”, concretizzatasi nella costituzione di Associazione di utenti della salute mentale in varie parti d’Italia rappresentano una svolta nella cultura della salute mentale. Da alcuni mesi queste associazioni hanno dato vita ad un coordinamento nazionale (di cui fa parte anche Idee in Circolo di Modena); alcuni rappresentanti di queste son presenti all’incontro odierno. L’utente dei servizi non accetta più di essere “oggetto” di cura, ma reclama l’esercizio della sua “soggettività” nelle pratiche di cura della malattia che lo riguardano. Come è stato giustamente evidenziato ciò richiede un doppio salto: da parte dell’utente superare l’atteggiamento meramente rivendicativo, da parte dell’operatore assumere una prospettiva diversa, di ascolto, di confronto e condivisione della cura. Le parole chiave di tutto questo percorso, più volte oggi enucleate, sono “soggettività”, “dignità”, “cittadinanza”.

Questo processo di riappropriazione della propria vita da parte degli utenti comporta anche un diverso rapporto con i familiari e le associazioni dei familiari: è emerso, dal dibattito, che a volte i familiari hanno una posizione conservatrice o genericamente rivendicatrice. Nella nostra esperienza modenese, in controtendenza, Insieme a noi, (Associazione di familiari), e Idee in circolo (Associazione di utenti) hanno avuto fin dall’inizio un rapporto di collaborazione e di costruzione di progetti comuni: forse un contributo importante lo ha dato anche la comune partecipazione al movimento delle Parole Ritrovate.

Un elemento importante affiorato nel dibattito (lamentato da alcuni rappresentanti di utenti di alcune regioni) è stato anche quello del supporto da parte dei servizi di queste realtà associative che promuovono il protagonismo e la soggettività degli utenti e dei familiari: ciò richiede, come è stato più volte ricordato nelle Settimana della salute Mentale, che la psichiatria (e in genere tutti gli operatori) superi lo specialismo professionale e recuperi una funzione culturale e civile (uno degli intervenuti ha ricordato il sogno di Basaglia) costruendo un’alleanza con la comunità. Percorso difficile per i servizi, ma questi organizzano le loro pratiche rispondendo alle domande che la comunità pone loro: forse la Settimana della Salute Mentale sta svolgendo anche questo compito a Modena, quello di stimolare l’organizzazione della domanda comunitaria di salute mentale da parte della comunità (non solo degli utenti e dei familiari).

 26 ottobre 2012

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25 ottobre. Congresso regionale SINPIA (Camera di Commercio, Modena).
Lo studio presentato dalla dottoressa Annarita Milone dell’IRCCS di Pisa ha illuminato un tema che affligge tutti gli educatori, quello dei ragazzi difficili (con disturbo del comportamento). L’approccio scientifico che fa da sottotraccia all’esperienza riportata è quello del programma “Coping Power”, sviluppato da Lochman, “un modello ecologico dell’aggressività in età infantile, che appare correlata a una serie di fattori del contesto familiare e sociale (problemi del quartiere di residenza, depressione materna, scarso supporto sociale, conflitti genitoriali, basse condizioni socioeconomiche), i quali, oltre ad avere un’influenza diretta sui problemi esternalizzanti dei bambini, ne possono indirettamente aggravare le caratteristiche influenzando alcuni processi cardine, quali le pratiche educative genitoriali, le abilità sociali e la regolazione emotiva dei bambini” (dalla Presentazione dell’edizione italiana di “Coping power – Programma per il controllo di rabbia e aggressività in bambini e adolescenti”, dell’editrice Erickson).
Un punto che non ho visto messo sufficientemente in luce è che tipo di sostegno dare alla classe in cui viene inserito il ragazzo con disturbo del comportamento; perché, accanto all’intervento sul ragazzo e sui genitori, il successo dell’integrazione dipende anche da come l’ambiente formativo proprio dell’alunno (la scuola, la classe) si rapporta al ragazzo “difficile”. L’obiettivo di produrre comportamenti adattivi non può prescindere dalla promozione di dinamiche di gruppo, adeguatamente supportate, che coinvolgono tutto il gruppo classe.
L’esperienza oggi prevalente è che l’alunno “difficile” viene inserito in classi sempre più numerose e problematiche, affidato alla responsabilità degli insegnanti, che spesso non hanno preparazione specifica e supporti adeguati. Se si tagliano le risorse è difficile fare buona integrazione.

25 ottobre 2012

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24 ottobre I gruppi di Auto-Mutuo-Aiuto (AMA) per l’ attivazione di circuiti relazionali terapeutici
Seminario interessante, all’interno della Settimana della Salute Mentale, sul movimento degli AMA.

L’auto mutuo aiuto è una realtà che mosse i primi passi nel 1934 con l’Anonimous Alcholic (AA), contemporaneamente in America si svilupparono anche i Club di utenti psichiatrici che si riunivano con l’obiettivo di non dover subire nuovi ricoveri. Negli ultimi decenni questa pratica si è diffusa ed estesa a nuovi ambiti in maniera esponenziale, nonostante questo grande successo, in letteratura non esistono ancora dati che ne dimostrino l’efficacia.

Il Dott. Corlito, Psichiatra del DSM di Grosseto riporta la sua positiva esperienza relativa all’ utilizzo degli AMA nei servizi da lui gestiti, esperienza iniziata già nei primi anni 90. La relazione di Corlito si è rivelata illuminante per comprendere come e perché questi gruppi riescono a coinvolgere così tante persone che ne testimoniano l’utilità a livello personale.

Gli Ama nascono come movimenti spontanei di persone che condividono una stessa problematica e si riuniscono col fine di superare il loro bisogno individuale diventando cittadini attivi che si impegnano, attraverso l’esperienza di gruppo, a trovare strategie di fronteggiamento del problema.

L’autonomia è la base solida su cui si è costruito il movimento; ogni insieme di persone decide che tipo di obiettivi prefiggersi e decide come raggiungerli in un’ottica di confronto paritario, rispettoso e continuo, l’idea di ognuno assume grandissimo valore e può divenire spunto di riflessione e di maggiore consapevolezza per gli altri.

In alcune realtà italiane gli AMA vengono sostenuti dai Servizi di Salute Mentale (Trento, Firenze, Massa Carrara, Grosseto) che hanno deciso di lavorare con un approccio ecologico-sociale che volorizza la rete sociale e le risorse, in termini di capitale sociale, che da essa scaturiscono. Questa prospettiva di lavoro risulta importante se si vuole agire realmente per incentivare l’autonomia e la partecipazione attiva dei cittadini rispetto alle tematiche della Salute Mentale.

Altra caratteristica importante di questi gruppi è rappresentata dalla funzione moderatrice e allo stesso tempo migliorativa che svolgono sui vissuti dei partecipanti. Analisi qualitative svolte sui partecipanti attestano una diminuzione della tendenza a rivendicare e un incremento della capacità propositiva, del dialogo costruttivo coi servizi e del cambiamento attivo (auto-cura). Questi percorsi permettono, sul lungo periodo, di sviluppare una comunità competente in grado di valorizzare le risorse spontanee.

Infine è stato discusso il ruolo del facilitatore all’interno degli AMA e dei servizi . L’esperienza di Grosseto, riportata dal Dott. Corlito, si rifà al modello dello stimolo. Il DSM si muove per sostenere (stimolare) la promozione degli AMA nelle varie zone della provincia, attiva seminari di sensibilizzazione etc..Il facilitatore (che può essere un utente o un familiare che ha già partecipato a queste attività ed è stato formato o un operatore) agisce per sostenere la formazione dei gruppi, interviene principalmente come mediatore della comunicazione e infine lascia il gruppo quando questo è in grado di svolgere la sua azione in autonomia. Giunti a questa fase sarà un partecipante esperto che prenderà la ‘guida’ del gruppo. Inoltre si è discusso dell’importanza di riunioni periodiche dei facilitatori per permettere un confronto sul lavoro e una formazione comune.

L’ultimo aspetto, che è stato sottolineato in questa giornata, riguarda la pericolosità di assumere modelli di lavoro dei gruppi AMA in maniera rigida nel tentativo di declinarli su altri territori che hanno necessariamente peculiarità uniche che non devono essere trascurate , ma valorizzate. Il rischio è la perdita del senso originario del movimento che si è sviluppato con grande successo semplicemente favorendo la capacità di una comunità di autorganizzarsi e autodeterminarsi.

 24 ottobre

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23 ottobre. Pomeriggio letterario (Centro Culturale Giacomo Alberione, Modena). Un evento “minore” nel programma della Settimana della salute mentale, ma nella sostanza documenta il lavoro che si fa sul territorio (in questo caso nei servizi) per “fare salute mentale”. L’idea di mettere assieme, in un bellissimo puzzle, testi scritti dagli “utenti” del Centro Diurno di Modena Est e testi di “autori” ha creato un clima di bellissime suggestioni.

Qual’è la funzione (anche terapeutica) della scrittura. Ci possono aiutare gli stessi scrittori. Ecco alcune risposte alla domanda “Perché scrivete”, poste ad alcuni scrittori da un giornale spagnolo, riportate da Repubblica:

Nathan Englander (scrittore americano)
Scrivo per fare un po’ d’ordine nel caos.

Colum McCann (scrittore irlandese)
Scrivo perché il mondo non è ancora compiuto e le storie non sono state raccontate tutte: l’abilità di scrivere è nell’immaginare che i fatti continuano ad accadere e che esistono ancora infinite storie.

Patrick McGrath (scrittore inglese)
Scrivo per dare forma alle creazioni della mia immaginazione che altrimenti morirebbero nel silenzio e nel buio.

23 ottobre

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22 ottobre
. Verso la chiusura degli OPG” – Un dibattito a più voci (Maria Antonietta Farina Coscioni, Giovanna Del Giudice, Mila Ferri, Valeria Calevro – Camera di Commercio, Modena). La legge fissa al 1° febbraio 2013 la chiusura degli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari): le persone che attualmente vi sono ancora “rinchiuse” (circa 1500, tra folli rei e rei folli, nel brutto linguaggio burocratico) dovranno essere accolte in nuove strutture. Ma le norme attuative della legge sono in ritardo di parecchi mesi rispetto ai tempi fissati dalla legge stessa, per cui si teme che la data del 1 febbraio possa slittare.

La domanda (e le preoccupazione) che ha accompagnato i partecipanti al dibattito è stata: non c’è il rischio che la chiusura degli OPG dia luogo alla riedizione di tanti piccoli manicomi? Tutti hanno messo in luce che la riforma, ancorché epocale (come è stata definita da qualcuno), è una riforma a metà: essa conserva ancora, per le persone con disturbi mentali che hanno commesso un reato, uno statuto speciale, dove coesistono cura e custodia. Tutti, parimenti, hanno evidenziato che non ci sarà soluzione appropriata al problema fin quanto non sarà modificato il codice penale in materia di imputabilità e di pericolosità sociale relativa alla persona con disturbi mentali che si è macchiata di un reato.

Ancora una volta, come è stato opportunamente notato nel dibattito, si tratta di far crescere una cultura (oggi indebolita) centrata sull’inclusione di tutti e non sull’esclusione: sarà l’affermarsi di questa cultura che renderà pienamente esigibili i diritti di cittadinanza per tutti, sanciti nella carta costituzionale.

(Il sito www.stopopg.it contiene una ricca documentazione su tutta la materia)

22 ottobre 2012

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Riportiamo di seguito un contributo di Renata sugli OPG:

Non esiste una cosa come il singolo essere umano, puro e semplice, non mescolato ad altri esseri umani. Ogni personalità è un mondo in se stesso, una compagnia di molti? Il sé è una struttura composita che prende forma da influenze e scambi innumerevoli ed incessanti tra noi e gli altri. Queste altre persone sono in realtà parte di noi stessi … siamo membri gli uni degli altri…”

Leggendo questa frase dell’analista Joan Riviere del 1955 non ho potuto frenare la mia mente che è immediatamente tornata al dibattito di ieri sulla chiusura degli Opg. Una psicoanalista che studia il mondo interno e la strutturazione di questo mondo, in un’ottica essenzialmente centrata sullo sviluppo individuale, ha evidenziato come non si possa esulare dalla funzione interpersonale se si cerca di comprendere la strutturazione della personalità. In questo stralcio si fa riferimento a come si costruisce il sè nella storia evolutiva di ogni individuo e a come si formano le caratteristiche di personalità a partire dalle relazioni con i genitori con la famiglia e con l’ambiente sociale.

Cosa c’entra tutto questo con situazioni di ‘detenzione/cura’, per usare un eufemismo, come quelle degli Opg?

Ho pensato a una persona sofferente che, spinta da disperazione e marginalità, si ritrova a compiere un reato anche solo di piccola entità e che deve scontare una pena in un posto assimilabile a un semplice carcere, più che a un ospedale, in cui tutti credono che non sia in grado di intendere e di volere perché pazzo e perciò di conseguenza pericoloso (la legislazione mantiene e supporta questa idea sovrapponendo follia e pericolosità sociale). Questa persona arriva con alta probabilità sotto choc, scompensata, confusa, semplicemente arrabbiata; queste reazioni evidenti non fanno che confermare, in chi si trova a gestire il “caso”, la marea di pregiudizi e di paure riguardo alla pericolosità e alla non prevedibilità dei comportamenti di soggetti cosiddetti “disturbati”. A questo punto è fin troppo facile immaginare quali possano essere i comportamenti di risposta degli ‘operatori’ (semplice guardie penitenziarie) nei confronti del detenuto/ammalato. Prendere le distanze, depersonalizzare, allontanare, placare e controllare diventano strade sicure per fronteggiare ansie e paure soggettive. Questo circolo vizioso di azione- reazione a catena è possibile per vari motivi:

  • Assoluta estraneità alle dinamiche di sofferenza delle persone detenute da parte di chi ha compiti di custodia negli Opg.

  • Assoluta mancanza di piani terapeutici che permettano il reinserimento nella società.

  • Insufficienza di personale preparato.

Tornando alla frase iniziale penso sia importante riflettere su come una persona privata della libertà, giudicata NON in grado di intendere e di volere e vacillante, anche solo per questa grossissima minaccia alla propria identità, possa essere negativamente e pericolosamente influenzata da atteggiamenti istituzionalizzanti da parte del personale. Noi tutti abbiamo strutturato la nostra personalità sulla base di interazioni più o meno positive con la realtà circostante, possiamo pensare che questo principio non sia valido per chi viene rinchiuso in Opg? La condizione di vulnerabilità transitoria di queste persone credo che debba essere sottolineata non per supportare l’idea di incapacità di intendere e di volere (concetto su cui si potrebbe aprire un lungo dibattito), ma per ricordare che nell’assistenza quotidiana e nei piani riabilitativi si deve tenere sempre presente che le modalità con cui si interagisce, ci si relaziona e si lavora andranno a favorire o a sfavorire il rafforzamento del sé di quella persona, la resilienza e la mobilitazione delle risorse interne. Ha senso ricordarsi della difficoltà di una persona sottoposta a questo tipo di custodia solo per tener presente che l’interazione con lei avrà un grosso riverbero in positivo o in negativo a seconda di come si deciderà di interagire.

Come dice Riviere siamo membri gli uni degli altri e se io credo che tu sia la parte irrecuperabile dell’umanità, la colpa mischiata alla malattia, non potrò che farti vivere, nella relazione con me, questi miei pensieri e vissuti.

23 ottobre 2012

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21 ottobre . La libertà è terapeutica (Piazza Mazzini, Modena).  Una toccante performance sulla contenzione in psichiatria: la simulazione di una persona legata con la camicia di forza che riesce a liberarsi, mentre la voce narrante legge brani di scrittori (che hanno attraversato la malattia mentale), che raccontano l’esperienza vissuta della contenzione (Alda Merini, Alice Banfi, ecc..).

La libertà è terapeutica: cioè la contenzione non è terapeutica, non è una terapia; come dice alice Banfi in uno dei brani letti, “può solo uccidere”.

La performance di oggi, realizzata in piazza, trasmette una forte carica emotiva. Ma il Dipartimento di Salute Mentale, ad inizio d’anno, aveva già offerto alla riflessione di operatori, associazioni, cittadini, una giornata di studio sulla contenzione (vedi http://www.insiemeanoi.org/multimedia/video#Video no-contenzione), con comunicazioni di esperienze relative a reparti di Diagnosi e Cura dove ler persone ricoverate per essere curate non sono più contenute con strumenti meccanici, e con interventi che hanno inquadrato la pratica nella normativa giuridica alla luce dei principi della nostra costituzione, dimostrandone l’estraneità.

Ci sono esperienze significative in giro per l’Italia;  abolire la pratica della contenzione si può:  c’è chi lo ha fatto.

Fui legata, come al solito. Fascette mani e piedi, parecchi giri di nastro adesivo per renderle ben strette per i miei polsi sottili

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volte li convincevo e mi veniva tolto. “Grazie, grazie davvero”

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essere stata contenuta nel mio letto non so quante volte mi convinsi che quella era la cura. Erano i miei medici, i miei infermieri, io mi fidavo di loro. Cominciai a chiedere io, ai miei curanti, di legarmi a letto non per molto, solo per 3-4 ore al giorno.

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dopo anni di una cosa sono certa, la contenzione può solo uccidere.”

Alice Banfi, “Tanto scappo lo stesso”, 2008)

Su Alice Banfi puoi vedere nel sito http://www.insiemeanoi.org/multimedia/video#Video Alice Banfi)

Vedi il video dell’evento

21 ottobre 2012

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20 ottobre 2012 (Fondazione Marco Biagi, Modena).  Giornata destinata all’incontro delle Parole Ritrovate, che quest’anno ha come tema “Lavoro, cittadinanza, salute”. Giornata ricca di testimonianze e di riflessioni sugli inserimenti lavorativi delle persone con sofferenza psichica.

Suggestiva l’idea di chiudere una giornata dedicata al lavoro con una digressione sull’”ozio”, affidata a Luca. Rispolverando l’originario, classico significato del concetto di otium, contrapposto a negotium, Luca ne recupera il valore positivo in quanto espressione di vita umana autentica, tempo dedicato alle relazioni, all’arte, alla poesia, alla cura di sé, rigettando l’idea che si è affermata negli ultimi secoli, in cui ozioso è diventato l’aggettivo con cui si identifica il fannullone, il parassita, chi vive alle spalle degli altri che lavorano e producono.

Penso anch’io che l’organizzazione della società così come oggi la viviamo, ci espropria dei tempi di vita (Habermas parla di colonizzazione del mondo della vita), e anche quel tempo che i Romani chiamavano otium è organizzato secondo modelli e valori che spesso non siamo noi a scegliere.

Ma il discorso mi sembra un po’ più complesso: vedo un rischio nel riproporre il concetto di otium romano, perché si fondava su una società schiavistica, in cui alcuni potevano godere delle gratificanti attività dell’otium, da cui ritagliavano qualche spazio da dedicare al negotium, e gli altri producevano. Penso piuttosto che occorrerebbe recuperare un concetto di lavoro (peraltro più volte rievocato nei numerosi incontri delle Parole Ritrovate in preparazione del convegno odierno) come attività propriamente umana, attività attraverso la quale l’uomo contribuisce consapevolmente alla trasformazione della natura per produrre beni e servizi, e che deve essere tempo di vita dignitosa al pari del tempo di vita non impiegato nel lavoro. In sostanza non mi sembra giusto contrapporre l’otium al lavoro (questo verrebbe così relegato nello spazio del tempo di vita che non è nella nostra disponibilità): dovrebbero essere due momenti attraverso cui l’uomo realizza la sua umanità.

20 ottobre 2012

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19 ottobre 2012. Si è aperta la seconda Settimana della Salute Mentale a Modena: un’occasione straordinaria per avvicinare (contaminandola) la psichiatria alla comunità; superando, così, una concezione specialistica della psichiatria, che nel passato le ha permesso un potere straordinario sulle vite delle persone.

Alcune suggestioni della prima giornata

Le parole ricorrenti degli interventi della mattinata (Fondazione Marco Biagi, Modena): inclusione, patto dei servizi con la cittadinanza (e in questo contesto la risorsa delle associazioni), diritti di cittadinanza per tutti (esigibilità dei diritti, compreso quello al lavoro).

Dall’intervento introduttivo del dr. Starace, Direttore del Dipartimento di Salute Mentale”:

  • La scelta della psichiatria di comunità implica il superamento di una funzione custodialistica della psichiatria, che spesso si fa garante della sicurezza sociale.
  • La chiusura dei manicomi (Legge Basaglia) prevede dei servizi territoriali tendenti all’inclusione delle persone con sofferenza psichica o mentale: purtroppo persistono ancora meccanismi di esclusione, di chiusura……

Riportiamo, di seguito, l’intervento di Tilde

Modena 19 Ott.12 Mat2

Vorrei iniziare con dei ringraziamenti,

ai numerosi volontari che hanno dedicato il loro tempo all’associazione, ma anche alla preparazione di questi eventi insieme ad alcuni meravigliosi operatori, ma anche e soprattutto a chi tutto questo ce lo ha proposto per la prima volta a Modena, al Dott Starace che lo ha tenacemente sostenuto facendoci lavorare, molto, e ripetendo l’esperienza quest’anno facendoci di nuovo faticare assai!!

In questa settimana la città è densa di incontri, di eventi,di spettacoli e come familiari non possiamo che essere soddisfatti.

La città di Modena che si anima un po’ come durante il Festival di filosofia…con tanta gente che segue le conferenze le mostre…ci fa uscire allo scoperto.

Scendere in piazza, mostrarsi alla città.

Con la settimana della Salute Mentale significa che noi ci riprendiamo il diritto di cittadinanza nella comunità.

La cittadinanza è uscire nelle strade, nelle piazze, farsi vedere con i propri limiti e le proprie debolezze,senza vergognarsene.

problemi che le famiglie affrontano giorno per giorno sono emersi tante volte nei nostri incontri, nei gruppi di auto-aiuto in cui ci si sfoga, ci si confronta. Si mettono in comune le risorse tra di noi, anche se ci aiuta, ci si sente meno soli.. ma si resta tra di noi….

Pensare oggi che la città si apra per affrontare e conoscere quanto si muove intorno alla salute mentale, che si affrontino il problema dell’abitare, del lavoro, è un passo avanti, un importante salto culturale,

Ci ripaga come familiari per la fatica e il tempo che abbiamo passato per far emergere all’esterno quello che si vive spesso in solitudine e che sembra essere un tema che solo gli addetti ai lavori possano condividere con chi soffre e con i familiari, anche se numerosi sono gli utenti completamente soli.

Le reazioni delle famiglie sono molteplici, molte rimangono ancora chiuse tra le pareti di casa e vivono in solitudine il loro disagio, per non parlare del disagio che si nasconde nelle scuole, nei luoghi di lavoro..

Difficile vincere lo stigma anche quello che la famiglia alimenta con certi atteggiamenti che aumentano la sofferenza.

La gran parte della sofferenza deriva dalla non accettazione del problema o dall’essere considerati comeparte del problema e di non sentirsi abbastanza coinvolti nella cura del proprio caro: questo può essere il punto di vista di alcuni familiari ma ci sono altri che hanno avuto modo anche attraverso le associazioni di non chiudersi e isolarsi ma di condividere la sofferenza e il disagio .

In un momento storico come quello che stiamo vivendo, con i tagli che ancora dovremo subire anche le relazioni tra le persone possono diventare punti di forza,per condividere una lotta comune.

E se le Associazioni diventano un luogo dove sentirsi utili anche per altri dove la mutualità e lo scambio tra persone può dare modo a un familiare di sentirsi portatore di risorse, anziché solo di bisogno, allora il processo di partecipazione attiva può diventare una buona pratica e il familiare un esperto la cui esperienza può essere alla base di una buona collaborazione con i Servizi.

Questo ci sentiamo di comunicare in questa apertura della settimana della salute mentale e, come diceva Don Milani:

Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio: sortirne insieme é la politica, sortirne da soli è l’avarizia.

Tilde

Nel pomeriggio (La Tenda, Modena) si fa il punto sulla formazione che ha coinvolto Idee in circolo, Social Point ei giornalisti della carta stampata, della televisione e della radio e viene presentata la ricerca su Mass media e salute mentale. Qui la parola chiave è stata “conoscenza reciproca”: tutti hanno condiviso che in molti casi l’uso improprio e inappropriato di termini della psichiatria per dare connotazione negativa ad un comportamento, ecc, spesso è frutto di non conoscenza del mondo della malattia mentale: di conseguenza i mass media veicolano e amplificano il pregiudizio che chi ha sofferenza mentale è una persona imprevedibile, pericolosa, ecc.

19 ottobre 2012

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4 risposte a Màt 2012

  1. Tilde ha detto:

    Gli spunti sono stati tanti e quello che vorrei approfondire è l’argomento dei gruppi AMA

  2. Francesco ha detto:

    (A margine del dibattito sul “Protagonismo di utenti e familiari alle politiche di salute mentale”)

    Caro Franco ti penso..

    Franco Basaglia, mentre seguiva il percorso del suo progetto, che ha avuto nella chiusura dei manicomi il suo passo più emblematicamente significativo, aveva anche un sogno.
    Era un sogno un po’ utopico, se per utopia intendiamo l’idealizzazione del migliore dei mondi, ma non vietato anzi, addirittura sempre più necessario, ed era pure possibile sognarlo ad occhi aperti.
    La chiusura dei manicomi, infatti, non era lo scopo finale, ma il primo passo di un percorso, attraverso il quale la società avrebbe dovuto e potuto cominciare a confrontarsi con uno dei propri spazi di emarginazione, repressione, violenza e negazione della persona.
    Il primo passo, ed in un ambito limitato, quello del disagio mentale, per portare la società a non avere più paura delle diversità che ospita e che, in questa od in altre forme, dovrà sempre ospitare.
    Franco voleva che la società arrivasse a riconoscere ed accettare come normale condizione umana quella figura, da sempre rifiutata perché ritenuta inquietante, che era ed è la follia.
    Che non venisse più affidato ad una scienza medica, la psichiatria, il compito di trasformarla in malattia per poi eliminarla dal quotidiano sociale, ma che il quotidiano sociale si prendesse carico anche di questa condizione umana, strutturandosi perché ciò fosse reso possibile, e che la psi-chiatria si mettesse alla guida ed al servizio di questo percorso.
    Voleva che la chiusura dei manicomi, ed il concomitante percorso di territorializzazione e socia-lizzazione dei servizi, fossero l’occasione per creare un laboratorio di nuove forme di relazioni umane e sociali, inclusive e non emarginanti.
    Che nascesse e crescesse una società capace, salvaguardando individualità e soggettività, di diventare sempre più collettività, comunità solidale in grado di soccorrere se stessa nelle sue aree di deprivazione ed emarginazione.
    Con un obiettivo primario: restituire a tutti gli esseri umani la dignità di vedersi sempre e comunque riconosciuti prima di tutto come persone.
    Mi chiamo Francesco, e sono un cittadino utente dei Servizi di salute mentale.
    In realtà è una posizione di rendita, perché il 10 ottobre 2012 sono stato dimesso dal Centro Salute Mentale del Polo Ovest di Modena, e quindi sarei un cittadino ex utente.
    Non so se sono guarito, anche perché per esperienza vissuta so che la linea che divide follia e normalità è così sottile e fluida, che penso nessuno possa tracciare un confine preciso, tranne che usando come parametro la capacità di conformarsi all’appunto conformismo sociale.
    E per me, che solo pochi giorni fa incontrando la mia amica del cuore che non vedevo da mesi, mi sono preso dell’anarchico nell’anima, diventa un po’ difficile stare in questo parametro.
    So però di sicuro che mi sento come se avessi seguito una formazione di 8 anni in depressione maggiore con gravi episodi ricorrenti ed ideazioni suicidarie, e di essermi meritato alla fine la laurea con 110 e lode ed abbraccio accademico.
    Questo ho raccontato alla psichiatra, che si è detta d’accordo, mi ha consegnato la laurea, cioè il foglio di dimissioni, e mi ha salutato abbracciandomi intensamente.
    Mi piace però presentarmi ancora come cittadino utente perché ho l’assoluta voglia di continuare a frequentare, anche se spero più da volontario che da “malato”, il mondo della salute mentale.
    Il fatto è che mi sono sempre più innamorato del sogno di Basaglia, ed ho pensato che potrebbe proprio essere bello vivere il resto della vita spendendomi, nel mio piccolo, per portarlo avanti.
    Così ho deciso di trasformare il percorso di malattia e ripresa dalla malattia in percorso di vita. Continuare, nell’accompagnare altri verso la consapevolezza dei propri limiti e fragilità, ma anche delle propria risorse, a confrontarmi con i miei di limiti e fragilità, per poi usare le risorse per individuare e realizzare le strategie vincenti, che mi hanno portato ad essere la persona che sono, e che, in questo momento della mia vita, sono anche molto felice di essere.
    Non cambierò il mondo, ma di sicuro continuerò a rendere migliore il mio di mondi, e forse anche quello di qualche altra persona il cui percorso incrocerà il mio.
    E sono entrambi risultati più che adeguati per dare dignità e significato ad una vita.
    Così caro Franco ti penso, e mi sembra quasi di averti conosciuto da sempre e di avere, da sempre, sognato con te. Francesco

  3. Emanuele ha detto:

    Emanuele
    UNA POLEMICA DI DIGNITA’-
    (il titolo serve a darsi un tono più autorevole)

    Inizialmente volevo scrivere un semplice riassunto e un rapido commento alla conferenza tenutasi alla camera di commercio di Modena il 22 ottobre dal titolo “verso la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari” ma, lasciando passare qualche giorno e qualche altra conferenza ho deciso di dedicarmi a un più serio e sincero “pippone mentale” (anche detto “saggio breve” dai più raffinati).
    Perché questa scelta poco professionale e dall’inizio leggermente volgare?
    La risposta è già nella domanda: non sono un professionista, né ho particolari intenzioni di diventarlo; se parlando di “chiusura, o meglio superamento, degli opg” si parla di riforme legislative che vanno a trasformare e ridefinire una struttura ormai ritenuta vecchia e superata, io della questione non ho sufficienti competenze, esperienze e voglia per dire o fare qualcosa di umanamente utile, soprattutto preferisco parlare unicamente per me stesso.
    Inoltre, è presente già molto materiale reperibile su internet (personalmente consiglio vari articoli apparsi su “forumsalutementale” ).
    Se mi riesce vorrei parlare più di riflessioni avute durante la conferenza partendo dalle mie prime impressioni cominciando dal luogo in cui si è tenuta: una camera di commercio con sala convegni fra le più raffinate, almeno secondo la mia finora scarsa frequentazione di tali luoghi. Appena entrato sono rimasto colpito, ma non sorpreso, dai tipi umani che componevano la platea: dato che si parlava del più preciso connubio, sia da un punto di vista legale che effettivo, fra sistema sanitario e sistema carcerario mi sarei aspettato un pubblico più simile a quello che trovo alle iniziative riguardanti il carcere ma si trattava di un pubblico diverso: per prima cosa non cera la digos ma, battute a parte, non ho percepito la presenza di chi, pur non lavorando nel campo, pur non avendo rapporti con l’opg o con i più comuni servizi sociali e sanitari, era presente comunque per un interesse prettamente personale e politico. 
    Naturalmente questo è un semplice aneddoto che mi permette di spiegare quello che credo sia uno dei nodi cruciali della questione Salute mentale e del trattamento più o meno istituzionale di essa: cioè l’isolamento. Nella cultura quotidiana è un contesto assolutamente lontano da qualsiasi altro, non perché sia del tutto sconosciuto alla gente comune ma perché tendenzialmente conosciuto fin troppo attraverso tecnicismi, luoghi comuni antichi o grande superficialità. E siccome società e istituzioni generalizzano per loro stessa natura…) E’ isolato anche perché l’isolamento è la cosa principale di cui si sta parlando ora: io stesso credo che mi affiderei ai servizi soltanto nel momento in cui non riuscissi a soddisfare i miei bisogni nel contesto in cui vivo, quindi quando già fosse avvenuto un, chiamiamolo, fallimento del mio ambiente che non mi permette più di vivere serenamente o recuperare la serenità nella relazione col resto della società.

    Perché non solo io stesso ma anche il resto della società è legato strettamente all’entità del mio problema: fossi solo con me stesso la mia, mettiamo, depressione cronica, mi farebbe certamente soffrire atrocemente ma non sarebbe altro ai miei occhi che lo stato d’animo di tutta la popolazione umana con cui sono in contatto. La depressione allora sarebbe un fenomeno di massa, un problema dell’umanità tutta, in poche parole: sarebbe una questione politica; solo potrei anche fondare un partito, un movimento per cercare di risolvere la questione: se inoltre sono anche un’uditore di voci, dal vuoto intorno a me potrebbero anche dirmi “sovversivo… coglione” oppure “venduto… parolaio…” potrei anche incorrere in sanzioni penali ma certamente non sarei da considerare “malato”, dopotutto, al di la dei metodi di lotta che potrei adottare, la mia sensibilità sarebbe comune alla totalità della popolazione: me stesso.
    In poche parole sarei come la celere o l’esercito: potrei anche commettere atti mostruosi, fare schifo a tutti ma sarei sempre dalla mia parte: sempre me stesso.
    Avrei comunque la mia comprensione.

    Ma questo tipo di isolamento non esiste; se ragioniamo più in grande rispetto alle relazioni umane sincere e immediate fra persone alla pari (dove in mancanza di essi l’isolamento esiste eccome!) vedremo che nell’occhio della cultura dominante, della massa, della società, o comunque vogliamo chiamarla, il termine “isolamento” non è assolutamente contemplato. La cultura dominante è egemone, non può lasciare soggetti al suo esterno: ogni comportamento, ogni singolo aspetto della sua struttura e di chi la compone deve essere definito, teorizzato in qualche modo e la sua immagine deve essere presentata alla comunità.
    Inizialmente “matto”, “malato di mente”, era definito colui per cui non si poteva dare una definizione precisa tanto da identificarne un nemico o un amico dello stato di cose (la storia insegna che in questi casi la decisione finale ha molto a che vedere con la classe sociale di appartenenza) ,
    col tempo e con lo sviluppo di un’organizzazione della vita quotidiana sempre più complessa il bisogno dell’inclusione culturale si è sviluppato sempre più in negativo: esclusione sociale con manicomio, opg , contenzione fisica o farmacologica, tutte cose che ormai guardate con indignazione dalla gran maggioranza della popolazione; l’inclusione si è anche molto sviluppata in positivo, con tutti i tipi di supporto che una persona con disturbo può ricevere dai servizi, aiuto nel trovare lavoro, ascolto, volontariato: inserimento più profondo nel resto della società,concetto questo con un’accezione molto meglio accettata.
    Qual’è a questo punto il problema che voglio porre?
    Abbiamo prima appurato il fatto che se io soffro, alcuni miei particolari stati di sofferenza vengono definiti malattie e vengono individuati quindi come un problema anche per un certo tipo di servizio istituzionale. 
    Ma il servizio in che misura risponde a un bisogno mio da me espressamente richiesto e quanto invece risponde al bisogno di una cultura egemone a cui in questo momento servo come malato in fase di cura?
    Se vado dal medico col raffreddore lui mi dirà che ho il raffreddore, diremo entrambi che è sicuramente perché fuori fa freddo, vedremo di metterci il piumone e la vicenda si chiuderebbe qui, ma se vado dal medico soffrendo e la diagnosi che mi viene data è quella di una malattia mentale capiamo tutti che la questione diventa più complessa: il problema è il contesto freddo e/o sono io a non essere adatto?
    Penso ad un dato che mi è sempre rimasto impresso: negli ultimi anni stanno aumentando estremamente velocemente le richieste di sostegno ai servizi; che sia colpa “la crisi che muove il sole e l’altre stelle?” che sia una maggiore fiducia generale nella psichiatria?
    Non voglio assolutamente rispondere, in ogni modo in entrambi i casi si tratta di fenomeni sociali ampi, relazioni fra molte persone, cause, motivazioni, in una sola parola: Politica.
    (Raramente vedo collettivi politici che siano radicalmente diversi da gruppi di auto-mutuo aiuto e viceversa)

    Credo che sia pericolosamente limitante vedere e trattare la storia di una sofferenza mentale unicamente come malattia : chi è malato, sin dalla nascita di questo concetto, deve essere curato da chi è sano e chi è sano non è mai malato.(è un po’ fascista come concetto ma credo sia ancora ben accetto dai più).
    Un famoso antropologo disse non troppo tempo fa parlando del movimento politico anarchico: “Un tempo eravamo visti come bombaroli, terroristi e assassini, temuti come la peste ; Oggi siamo solamente dei pazzi, e non ci prendono nemmeno sul serio”.
    Questa frase spiega molte cose.
    Ho bisogno di riaprire un momento l’argomento Opg: la legge che è ora approvata e in lentissima via di attuazione sostanzialmente va a chiudere le attuali Opg sostituendole con “nuove strutture isolate fuori dall’urbe delle dimensioni di un ettaro e dotate di adeguate recinzioni e videosorveglianza” il tutto con un rivoluzionario spirito democratico: ogni capo indiano ospite avrà a disposizione non una (come nei retrogradi manicomi-lager) bensì tre diverse lavatrici facilmente lanciabili per crearsi una via di fuga.
    I cambiamenti istituzionali dall’alto ben poco possono per le dinamiche di relazione che si instaurano fra una persona e l’altra; nella coscienza di poter dire qualcosa di assolutamente inesatto aggiungerei che la stessa legge 180 a niente sarebbe servita senza una messa in discussione radicale di numerosi aspetti culturali e pratici, infatti in troppe situazioni è servita ben poco.
    Cosa serve allora?
    Non ne ho la più pallida idea, e se rispondessi a questa domanda andrei in totale contraddizione col delirio scritto finora, piuttosto posso chiedermi cosa posso fare.
    Quello che posso e credo vada fatto è politica: non naturalmente nell’accezione alienata che la parola assume nella maggior parte dei casi, ma nel vero senso di cambiamento sociale e culturale della propria e delle altre soggettività.
    Potrei continuare con numerosi altri spunti alla riflessione ma posso anche fermarmi

  4. Insiemeanoimodena ha detto:

    A proposito della Settimana della Salute Mentale registriamo un intervento del dr. Camillo Valgimigli sulla Gazzetta di Modena pubblicato il 31 ottobre scorso, con il titolo “Ausl: una fase critica per la salute mentale”. L’articolo si può leggere sulla pagina del sito della Gazzetta http://ricerca.gelocal.it/gazzettadimodena/archivio/gazzettadimodena/2012/10/31/NZ_41_01.html

    All’articolo del dr. Valgimigli la nostra Associazione e l’Associazione “Idee in Circolo” hanno risposto con il testo che riproduciamo di seguito (apparso anch’esso sulla Gazzetta del 6 novembre, con il titolo “Un lavoro in sinergia per migliorare i servizi”):

    Modena, 2 novembre 2012

    ISTITUZIONI, CITTADINI E ASSOCIAZIONI PER MIGLIORARE I SERVIZI DI SALUTE MENTALE
    Le associazioni di utenti e familiari “Idee in circolo” e “Insieme a noi” replicano alle affermazioni di Camillo Valgimigli pubblicate sulla Gazzetta di Modena del 31 ottobre 2012

    A quindici giorni dalla chiusura di “Màt. La settimana della salute mentale” le associazioni di cittadini, familiari e utenti dei servizi di Salute Mentale di Modena non sono d’accordo con il bilancio descritto dal Dott. Camillo Valgimigli nel pezzo pubblicato sulla Gazzetta di Modena del 31 ottobre 2012. “Dobbiamo superare le divisioni e valorizzare la rete di relazioni tra istituzioni, cittadini e associazioni che si è venuta a creare in questi anni di lavoro” affermano i referenti delle due associazioni Idee in Circolo – affiliata Arci e che riunisce utenti e cittadini – e Insieme a noi – formata dai familiari degli utenti del Servizio di Salute Mentale “Abbiamo visto poco il Dott. Valgimigli agli eventi di Màt e ci dispiace che il suo resoconto sia così critico. Soprattutto, visto il grande lavoro svolto dalla Ausl insieme a tutti i soggetti della rete.  
    Non condividiamo per niente l’enfasi che pone sull’assenza di operatori e cittadini. Noi ne siamo l’esempio. Ogni evento aveva le caratteristiche di assemblea aperta al pubblico in cui chiunque poteva intervenire e così è stato. Dibattiti intensi che hanno visto confrontarsi persone con idee molto diverse e di mondi molto diversi, dando voce a tutti: a noi, utenti e familiari, non più solo destinatari delle cure, ai cittadini sempre presenti ed attivi, ai tanti operatori interessati.
    Per coinvolgere i cittadini, come noi nelle nostre associazioni facciamo quotidianamente, dobbiamo essere chiari e dire le cose in modo comprensibile a tutti: inutile utilizzare termini come SPOI, TSO, SPDC, comprensibili solo agli addetti ai lavori o a chi utilizza quei servizi, ma utile informare le persone. Sa un cittadino quanto costa un giorno di ricovero in Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura o in una clinica privata? Sa un cittadino quanto costano le attività che come Idee in circolo e Insieme a noi portiamo avanti ogni anno? Se poi chiamiamo in causa l’efficacia degli interventi che vedono le persone riappropriarsi della loro vita anziché essere contenuti farmacologicamente, come ci ricordava lo stesso Valgimigli in un precedente articolo, crediamo che i dubbi svaniscano.
    La Settimana della Salute Mentale serve proprio a questo, a far conoscere, ad entrare in contatto con questo mondo. Serve a contrastare quella resistenza al cambiamento di cui Valgimigli parla, ma questo non si può fare con le semplici critiche e incitando alle divisioni. Come utenti e familiari ci è stato spesso detto di essere noi i più restii al cambiamento e crediamo che gli sforzi che stiamo facendo stiano smentendo quest’opinione. Sappiamo anche che la questione riguarda in egual misura i servizi con cui, però, stiamo trovando aperture e strade di collaborazione. Adesso, infatti, chiediamo agli operatori di iniziare a parlare veramente con gli utenti, ad ascoltarci come veri protagonisti delle nostre vite. Certo questo significa mettersi in gioco, uscire dalle guardiole, andare a casa dalle persone, destabilizzare degli equilibri.
    Crediamo sia arrivato il momento di smetterla di andare a cercare ciò che sembra dividerci, sono tante e molteplici le cose che ci legano, in primo luogo una salute mentale della cittadinanza, per questo invitiamo tutti a seguire le iniziative che promuoviamo e a prenderne parte in modo attivo”
    Associazioni Idee in circolo e Insieme a noi

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